Un libro che invita a riflettere e denuncia chiaramente chi vuole assoggettare la stampa

Il libro “Ne uccideva più la penna che la spada!” si presenta come una riflessione appassionata, rigorosa e per certi versi “militante” sullo stato del giornalismo contemporaneo, ma al tempo stesso come un manifesto per la costruzione di un nuovo modello: quello del giornalismo pedagogico. L’opera nasce da una profonda preoccupazione per la deriva che la professione giornalistica ha subito negli ultimi decenni, in Italia come nel resto del mondo occidentale. La crisi è prima di tutto etica, ma trova solide radici nelle trasformazioni economiche, sociali e tecnologiche che hanno sconvolto la tradizionale funzione pubblica del giornalismo.

Il cuore della crisi: l’etica e l’economia del giornalismo

Attraverso un’analisi lucida, l’autore (Corrado Faletti) mostra come la figura del giornalista, un tempo associata a un ruolo educativo, critico e di sorveglianza democratica, sia oggi minacciata da modelli economici tossici, dalla prevalenza dell’algoritmo sulla selezione editoriale, dal dominio dell’informazione digitale effimera, dalla logica del clickbait e da un mercato pubblicitario sempre più concentrato nelle mani di poche grandi piattaforme digitali. Questa situazione, dati alla mano, ha prodotto una drastica riduzione della fiducia del pubblico verso l’informazione, la precarizzazione del lavoro giornalistico e la perdita di autorevolezza della stampa, non più percepita come “quarto potere”, ma spesso come strumento di manipolazione o semplice cassa di risonanza di interessi economici e politici.

La forza e la debolezza della “penna” nell’era digitale

Particolarmente efficace è la riflessione attorno al proverbio che dà il titolo al libro. L’autore ricorda come la parola scritta abbia avuto storicamente una forza rivoluzionaria e sovversiva — dai pamphlet dell’Illuminismo alle inchieste sul Watergate — ma sottolinea come oggi la “penna” rischi di essere ridotta a una “arma spuntata”, in balia di logiche commerciali o strumento di fake news, hate speech e polarizzazione sociale. Nella società della sovra informazione, l’impatto della parola sembra essersi dissolto, e la sua capacità di incidere profondamente sulla società è costantemente minata dal rumore di fondo del digitale.

Il giornalismo pedagogico: una proposta rivoluzionaria

La risposta che Faletti propone a questa crisi non è una sterile nostalgia del passato, ma l’invito a riscoprire la missione pedagogica e civile del giornalismo. Il giornalismo pedagogico, nella sua accezione più alta, non è né paternalismo né buonismo, ma rigore morale, chiarezza, empatia, responsabilità verso il lettore e la comunità. Significa considerare ogni parola come un atto che può educare o diseducare, come un ponte tra mondi, e non come un mero prodotto da “vendere” all’algoritmo.

Il libro propone dunque una professione giornalistica che sappia tornare a essere “coscienza vigile” della società, che formi cittadini consapevoli e non semplici consumatori di informazione, che si assuma la responsabilità di essere “medico” della democrazia, come sottolinea anche il confronto con le diverse fasi storiche del giornalismo, dalla Roma antica all’era contemporanea. Il testo affronta anche le questioni strutturali — come la precarietà, l’influenza degli inserzionisti, la concentrazione editoriale — ma pone l’accento sulla necessità di ricostruire fiducia, indipendenza, pluralismo e soprattutto senso.

Betapress e il valore delle testate indipendenti

L’esperienza personale dell’autore come direttore di Betapress.it, una testata priva di pubblicità e totalmente autofinanziata, viene proposta come esempio concreto di resistenza culturale e professionale. Nonostante le enormi difficoltà economiche e le ritorsioni subite (fino al mobbing e al licenziamento dal proprio lavoro per aver pubblicato inchieste scomode), Faletti rivendica la scelta di non piegarsi ai compromessi imposti dal potere, politico o economico che sia. Questa testimonianza si inserisce nel quadro più ampio del ruolo delle piccole testate indipendenti come baluardi di democrazia in un’Italia che, secondo l’autore, mostra segni sempre più preoccupanti di restrizione della libertà di stampa.

Un libro che “non nasce per compiacere”

Lo stile dell’opera è quello del pamphlet, della provocazione, ma anche della proposta concreta: il libro contiene schemi, “teoremi”, strumenti operativi per la scrittura giornalistica ed educativa, riferimenti storici, citazioni di autorevoli colleghi, e una postfazione che sottolinea come la libertà di stampa sia sempre più sotto attacco, non solo per motivi politici, ma anche per dinamiche economiche, culturali e tecnologiche.

In definitiva, “Ne uccideva più la penna che la spada!” è un libro che invita il lettore a riflettere, a scegliere da che parte stare, a riscoprire il valore della parola e la responsabilità che essa comporta. Non offre soluzioni facili né indulgenze consolatorie, ma richiama con forza al dovere di “dire il vero”, anche quando non conviene, e alla necessità di non cedere mai alla mediocrità o al compromesso.

Valutazione complessiva

Dal punto di vista accademico, si tratta di un testo di grande valore per chiunque si occupi di media studies, sociologia della comunicazione, storia del giornalismo, pedagogia sociale e politica. Offre spunti di riflessione, casi concreti, riferimenti normativi e deontologici, e soprattutto una proposta per “salvare” il giornalismo da una crisi che è prima di tutto crisi di senso e di funzione sociale.

In conclusione, si può affermare che il libro di Corrado Faletti rappresenta un coraggioso atto di accusa, una dichiarazione d’amore verso la professione giornalistica e, soprattutto, un appello alla responsabilità collettiva per la difesa della democrazia.

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